Incrocio di pagine

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Ho divaricato le tue gambe,
cercandomi l’anima.
Ho seguito le volute dei denti
solo per accecarmi e tacere.
Ho contato i sassi
che buttammo in piscina
perchè mi risuonassero
le tue parole ubriache.
Ho fatto tutto questo
ma ti trovo sempre in fondo
all’ultima pagina che incrocio.

Andante

E se ti chiamo per nome,
mi dici qualcosa con gli occhi
lampeggi nelle parole,
vivifichi la notte col respiro.
Strilli, disarticolata, per poco
poi ritorni a intrecciarmi le dita.
E sai di nocciola e castagne,
o spaghetti e rucola.
Leggerai interrogando
l’autore, vinta dal sonno
ghermirai un cuscino
bianco e pulito.

Penzolare sulle scale.

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Lo sapeva, ma ha voluto chiederlo lo stesso, quel “quante volte” detto con occhi attenti, a scrutare l’inganno. Allora cosa poteva rispondere, forse la verità? Poteva dire tutte le cazzo di volte che s’era posto con le spalle al muro, ad ascoltare, tutte le stramaledette volte che aveva composto il numero e chiuso poco prima della fine del trillo? O tutti insieme i litri di vino rosso che aveva ingurgitato e le strade disciolte?

No, decisamente no, allora ha preferito mentire, che pensasse qualsiasi cosa, qualsiasi fottutissima cosa, a lui non importava. E poi il mare come risponde bene al silenzio. Quante volte, ancora, quante volte questa domanda? Pessoa rispondeva con i suoi eteronimi e l’idea di riprendere gli alterchi con gli altri sé cominciava ad accarezzarlo. Ma sarà solo l’inizio. Poi aprì la porta, scaraventò fuori il corpo e andò a sedersi sul marmo bagnato della finestra, in silenzio.

gm

Lettera al p.

11463054215_d01aaa265b_nQuanto manca, non molti giorni a dir la verità, ma sai bene che non dimentico. Sai i giorni passano, quasi sempre la memoria sfrigola in alcuni punti, saltano le lettere. I numeri invece hanno sempre una cerca rotondità, sanno quando tornare alla mente, e centrare il giorno.
Qui potrei dirti che va tutto bene. Alcuni dicono che si diventa uomini anche con questo, che le fratture non rendono la frutta brutta, figuriamoci l’uomo; ma onestamente avrei preferito altre maturità, altri dettami. E potrei dirti che stiamo bene, che alla macchina sto attento, controllo regolarmente l’olio, certo i gatti hanno sempre l’abitudine di pisciarmi sulle ruote, anche ora che le ho cambiate, sarà un modo per farti incazzare, ancora, come prima. Anche se ora mi viene da ridere, mi incazzo per altro. Perché non ci sei per esempio. Ma lo sai, te l’ho scritto; a proposito hai ricevuto la cartolina dall’ultimo posto di mare?

Parte del tuo viso

Qualcuno gli disse che ci sarebbero stati giorni pieni, come fascine di vitigno rosso, altri cavi e senza respiro, concluse, senza colpo ferire, di voler vivere a piccole gocce, oncia da colmare fino al trabocco. Ma i qualcuno non sanno dosare i giorni a venire, non conoscono la combustione di due occhi, un nome piccolo legato al sibilo di una sillaba in risposta. E per una strana volontà del caso, cominciò a scrivere delle lettere, sapeva benissimo che lei aveva chiuso il suo nome, le avrebbe tenute lì a prendere la polvere, poi ne avrebbe fatto degli aeroplani, delle palle di neve o dei reperti calligrafici. Ancor prima aveva sfilacciato le sue vene, intinto il dito e inciso sui muri, quelli in via Trieste, anche un po’ altrove, sulle panchine antistanti la chiesa, ma la sua finestra ora era chiusa, in parte per il freddo ma sopratutto per le interferenze delle parole. Ne seguì che il dimorare in quelle scarpe, gli risultava troppo faticoso, le appese al soffitto con un lancio secco, come in Big fish. Non poteva e non riusciva a ricacciarsi subito dentro quel boccale colmo, quella lotta di gomitoli e parole. Preferì scriverle, lei avrebbe continuato ad esserci, distante e con il suo silenzio così musicale, con quelle labbra e i gesti usuali, familiari, vivi nella sua osservazione quotidiana.IMG-20151018-WA0004

Domenica. Una domenica.

Domenica. La notte è passata con un solo pensiero vorace e ridondante, a lenire le distanze qualche brano dei Beirut e delle parole che risuonavano come l’eco fra lo stormire delle cime della palma, qui di fronte. E “l’immagine di lei che si spargeva da ogni foglio” è forte e scortica le sue mani.

Leggere la vita di un altro uomo, leggerne il percorso e i pensieri, scoprire come siano così vicini ai suoi risultati, sentire che alcuni unguenti potrebbe averli usati in più circostanze. Non che oggi avrebbe voluto fare qualcosa, e no invece avrebbe voluto il suo profumo fra le guance, il sibilo del suo sonno accanto e la tenerezza dell’abbraccio al buio. Ma ora gli resta la stagione trascorsa forse, il momento del bagno di fronte alla torre o il caffè preso in un bar col nome difficile da dire o ricordare – ma lei lo ricorda sempre, prodezze della sua memoria – così avrebbe voluto. Le storie hanno sempre avuto personaggi diversi, forse a tratti viscerali e oblunghi, donne che si perdono nel mare lasciando il povero Bandini così livido o scrivente, destini come quello di Carax che si nasconde lungo le pagine del romanzo, e resta spesso nell’ombra; gli altri verranno pian piano alla sua memoria.

Arriva l’ora di pranzo e non si può rifiutare di desinare, di dividere le pietanze con la famiglia che gli è rimasta, conta i posti sul lungo tavolo, pochi, tre con lui e si chiede se sia giusto, se le cose dovevano andare così. Accigliato sguaina il telecomando, vira verso più canali, al solito si ferma verso un film, uno stupido film targato anni 80, dove tutto è falso e possibile, dove ogni cosa ha un senso perché dura il tempo di una pellicola, poi dopo nessuno sa o vede, ma sono quelle storie che gli si sono infilate sotto pelle, brandelli di irrealtà con le quali sviscera il suo di reale. Sfrigola verso la fine, sa bene che alla fine del film tornerà tutto quello che ha riposto, tornerà il pensiero, tornerà l’immagine di lei. Sì, torneranno le domande, allora dovrebbe avere un amico accanto, una piacevole compagnia, una succulenta leccornia, ma resta solo il sole e una scogliera, preferirebbe condividerla senza parlare e lei sapeva farlo bene. Esce, deve parlarle, la troverà e le dirà tutto, poi lei potrà sorridere e restare in silenzio oppure attorniarsi di poche parole e lasciarsi scivolare nell’ombra.

Lui tornerà scosso, stanco, amareggiato. Poi tornerà a vivere, respirare, guardare e desiderare, ma lei resterà lungo le nocche delle mani lungo le braccia e un sapore intenso sulle labbra.