La foto

Non sono più un grande lettore, molta parte del mio tempo lo passo a decidere quale sedia sia adatta alla lettura e quale alla scrittura. Non ne viene fuori nulla, se non lo scivolare della sabbia fuori dell’imbuto. Mia moglie mi trova sempre immobile davanti alla finestra, dice che bofonchio o faccio arabeschi nell’aria; ma assorto, non ricordo il momento esatto in cui sghignazzando mi cinge la vita per far uscire una sonora vocale delle profondità della pancia. Poi scappa via ridendo. Non la inseguo, alzo le spalle e riprendo la scelta. Riesco solo a leggere una pagina e mezzo, quando va bene un racconto. Sulla mensola accanto ai libri letti, alcune poesie ficcate nelle pagine, ho posto la foto di mio padre. Sorride, non un sorriso pieno e slargato, ma un sorrisetto appena accennato, con le rughe che s’arrampicano sugli occhi. Lo guardo ogni volta che vado a nascondere una poesia. Quello era il nostro segreto, il nostro modo d’essere simili. Non perché leggesse poesia, ma era abituato a leggere il giornale tutte le mattine, approfittando del sonno pesante del vicino, ritagliava per me tutte le poesie che trovava e me le lasciava lì, nel nostro posto. Era una gran brava persona, mio padre, voleva insegnarmi a far tutto, e in buona parte credo ci sia riuscito. Gli è mancato il tempo d’insegnarmi la costanza della felicità. Allora ho dato questo nome a mia figlia, non felicità, Costanza.

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Incrocio di pagine

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Ho divaricato le tue gambe,
cercandomi l’anima.
Ho seguito le volute dei denti
solo per accecarmi e tacere.
Ho contato i sassi
che buttammo in piscina
perchè mi risuonassero
le tue parole ubriache.
Ho fatto tutto questo
ma ti trovo sempre in fondo
all’ultima pagina che incrocio.

Andante

E se ti chiamo per nome,
mi dici qualcosa con gli occhi
lampeggi nelle parole,
vivifichi la notte col respiro.
Strilli, disarticolata, per poco
poi ritorni a intrecciarmi le dita.
E sai di nocciola e castagne,
o spaghetti e rucola.
Leggerai interrogando
l’autore, vinta dal sonno
ghermirai un cuscino
bianco e pulito.

Penzolare sulle scale.

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Lo sapeva, ma ha voluto chiederlo lo stesso, quel “quante volte” detto con occhi attenti, a scrutare l’inganno. Allora cosa poteva rispondere, forse la verità? Poteva dire tutte le cazzo di volte che s’era posto con le spalle al muro, ad ascoltare, tutte le stramaledette volte che aveva composto il numero e chiuso poco prima della fine del trillo? O tutti insieme i litri di vino rosso che aveva ingurgitato e le strade disciolte?

No, decisamente no, allora ha preferito mentire, che pensasse qualsiasi cosa, qualsiasi fottutissima cosa, a lui non importava. E poi il mare come risponde bene al silenzio. Quante volte, ancora, quante volte questa domanda? Pessoa rispondeva con i suoi eteronimi e l’idea di riprendere gli alterchi con gli altri sé cominciava ad accarezzarlo. Ma sarà solo l’inizio. Poi aprì la porta, scaraventò fuori il corpo e andò a sedersi sul marmo bagnato della finestra, in silenzio.

gm

Lettera al p.

11463054215_d01aaa265b_nQuanto manca, non molti giorni a dir la verità, ma sai bene che non dimentico. Sai i giorni passano, quasi sempre la memoria sfrigola in alcuni punti, saltano le lettere. I numeri invece hanno sempre una cerca rotondità, sanno quando tornare alla mente, e centrare il giorno.
Qui potrei dirti che va tutto bene. Alcuni dicono che si diventa uomini anche con questo, che le fratture non rendono la frutta brutta, figuriamoci l’uomo; ma onestamente avrei preferito altre maturità, altri dettami. E potrei dirti che stiamo bene, che alla macchina sto attento, controllo regolarmente l’olio, certo i gatti hanno sempre l’abitudine di pisciarmi sulle ruote, anche ora che le ho cambiate, sarà un modo per farti incazzare, ancora, come prima. Anche se ora mi viene da ridere, mi incazzo per altro. Perché non ci sei per esempio. Ma lo sai, te l’ho scritto; a proposito hai ricevuto la cartolina dall’ultimo posto di mare?

Parte del tuo viso

Qualcuno gli disse che ci sarebbero stati giorni pieni, come fascine di vitigno rosso, altri cavi e senza respiro, concluse, senza colpo ferire, di voler vivere a piccole gocce, oncia da colmare fino al trabocco. Ma i qualcuno non sanno dosare i giorni a venire, non conoscono la combustione di due occhi, un nome piccolo legato al sibilo di una sillaba in risposta. E per una strana volontà del caso, cominciò a scrivere delle lettere, sapeva benissimo che lei aveva chiuso il suo nome, le avrebbe tenute lì a prendere la polvere, poi ne avrebbe fatto degli aeroplani, delle palle di neve o dei reperti calligrafici. Ancor prima aveva sfilacciato le sue vene, intinto il dito e inciso sui muri, quelli in via Trieste, anche un po’ altrove, sulle panchine antistanti la chiesa, ma la sua finestra ora era chiusa, in parte per il freddo ma sopratutto per le interferenze delle parole. Ne seguì che il dimorare in quelle scarpe, gli risultava troppo faticoso, le appese al soffitto con un lancio secco, come in Big fish. Non poteva e non riusciva a ricacciarsi subito dentro quel boccale colmo, quella lotta di gomitoli e parole. Preferì scriverle, lei avrebbe continuato ad esserci, distante e con il suo silenzio così musicale, con quelle labbra e i gesti usuali, familiari, vivi nella sua osservazione quotidiana.IMG-20151018-WA0004